Una sola famiglia

domenica 16 gennaio II dopo l’epifania

 Ogni anno, tra il mese di gennaio e di febbraio abbiamo l’opportunità di tornare a riflettere, per operare poi con sapienza, su alcuni ambiti delle relazioni umane come la questione dell’immigrazione, della famiglia, del rispetto della vita dal suo nascere fino al tramonto e delle problematiche legate al mondo del lavoro.

In ordine temporale la prima di queste opportunità è “la giornata mondiale del migrante e del rifugiato”.

Il solo accenno alla questione provoca spesso prese di posizioni tra loro antitetiche e, al tempo stesso, incapaci di affrontare nella verità il problema. Per alcuni, infatti, il termine migrante è sinonimo di “delinquente” o di persona non gradita mentre all’opposto, per altri, non va neppure accennata la complessità legata ai flussi migratori e all’incontro-scontro tra diverse culture. Nella posizione equilibrata e attenta a motivare la necessità di accoglienza dello straniero e al tempo stesso a promuovere l’integrazione si pone il messaggio del Papa in occasione dell’annuale giornata reperibile integralmente sul sito www.vatican.va.

Benedetto XVI non nasconde che all’origine dell’accoglienza verso lo straniero c’è per noi cristiani un preciso invito, meglio dire un comandamento del Signore Gesù. Infatti afferma il Papa: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” è l’invito che il Signore ci rivolge con forza e ci rinnova costantemente: se il Padre ci chiama ad essere figli amati nel suo Figlio prediletto, ci chiama anche a riconoscerci tutti come fratelli in Cristo”.

Inoltre gli eventi della storia sono sotto gli occhi di tutti a tal punto da rendere il “fenomeno della globalizzazione” non solo un processo socio-economico ma l’origine di una vera e propria trasformazione della convivenza umana. Afferma il Papa che è un dato di fatto che viviamo in “un’umanità sempre più interconnessa” e, quindi caratterizzata dal superamento dei confini geografici e culturali.

Come vivere da cristiani questa nuova realtà?

Anzitutto dovremmo chiederci, noi cristiani del vecchio continente, il perchè la popolazione delle nostre regioni sta velocemente invecchiando a differenza degli abitanti delle terre da cui provengono la maggior parte degli “stranieri”. Non è forse segno di paura nei confronti del futuro o di un tenore di vita esageratamente esigente di beni materiali?

Lasciando sullo sfondo tali interrogativi inevitabilmente legati ai flussi migratori mi pare che la risposta più equilibrata sia ancora una volta offerta da Benedetto XVI: “Il Venerabile Giovanni Paolo II, in occasione di questa stessa Giornata celebrata nel 2001, sottolineò che “[il bene comune universale] abbraccia l’intera famiglia dei popoli, al di sopra di ogni egoismo nazionalista. È in questo contesto che va considerato il diritto ad emigrare. La Chiesa lo riconosce ad ogni uomo, nel duplice aspetto di possibilità di uscire dal proprio Paese e possibilità di entrare in un altro alla ricerca di migliori condizioni di vita. Al tempo stesso, gli Stati hanno il diritto di regolare i flussi migratori e di difendere le proprie frontiere, sempre assicurando il rispetto dovuto alla dignità di ciascuna persona umana. Gli immigrati, inoltre, hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e l’identità nazionale. “Si tratterà allora di coniugare l’accoglienza che si deve a tutti gli esseri umani, specie se indigenti, con la valutazione delle condizioni indispensabili per una vita dignitosa e pacifica per gli abitanti originari e per quelli sopraggiunti” (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2001).

Il percorso presentato è sicuramente parziale e necessita ancora molti approfondimenti ma può essere un buon punto di partenza per una riflessione pacata su una questione che rischia di vedere prese di posizioni non evangeliche e, per questo, poco realistiche.

don Mauro

 
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