CHE SENSO HA LA NOSTRA VITA?

domenica 3 aprile IV di Quaresima

In un romanzo famoso l’autore mette sulla bocca di uno dei protagonisti dell’opera riflessioni crude ma al tempo stesso capaci di descrivere con realismo la fatica che l’uomo incontra nel trovare risposte soddisfacenti ai perché della vita. Afferma:

«non bastano nove mesi per fare un uomo, occorrono sessant’anni di sacrifici, di volontà e di tante altre cose. E quando poi l’uomo è fatto, quando finalmente è un uomo, allora va bene solo per morire».

Nella durezza delle prove emerge dirompente l’interrogativo inalazionabile e incredibile: che senso ha la nostra vita?

Molto spesso le giornate sono segnate non solo da fatiche ma da un buio confuso circa il senso dell’esistere. Un buio che contrasta, o meglio, che è illuminato dall’annuncio del Signore Gesù che, dialogando con l’uomo che era cieco dalla nascita si presenta: «io sono la luce del mondo».

Il racconto evangelico di oggi apre un orizzonte o lo conferma: senza uno sguardo rivolto al Cristo di Dio diventa praticamente difficile se non impossibile trovare il senso del nostro vivere, agire e morire.

Nello scorgere questo orizzonte e nel rinnovare l’adesione personale al Cristo, luce del mondo, veniamo coinvolti nella vocazione cristiana che ci accompagna a vivere come il crocifisso risorto, perché credere non è solo aderire a Dio perché la ragione ci conduce a quel punto ma, proprio perché abbiamo scorto la ragionevolezza del nostro affidarci, siamo ricolmi di quel fuoco d’Amore che ci rende prima nei fatti che nelle parole, testimoni del vangelo.

E’ utile allora rileggere una pagina di padre Piero Gheddo, autore di molte testimonianze missionarie, che ci aiuta a ritornare sulla qualità della nostra testimonianza:

«Dove i missionari e le giovani comunità cristiane testimoniano e predicano Gesù per la prima volta, questo annuncio suscita reazioni forti. Conversioni o persecuzioni. Nelle missioni, la Chiesa conta ancor oggi a centinaia i suoi martiri. Non passa mese senza che qualche missionario venga ucciso.

Perché nei nostri paesi cosiddetti «cristiani» la predicazione di Cristo lascia normalmente indifferente chi non crede? Anzi, la Chiesa è quasi vista con favore perché predica «i valori comuni» in cui tutti si riconoscono, parla di moralità e di solidarietà, discorso comune a tutti; aiuta i poveri, gli handicappati. Ma il consenso si ferma qui.

La Chiesa ha senso se chiama con forza gli uomini a convertirsi a Cristo, non se si accontenta dei «diritti dell’uomo», della «scelta dei poveri», della «pacifica convivenza», dei «valori comuni».

E Leonardo Sciascia con un’affermazione decisamente paradossale ma capace di far riflettere:

«ho 92 anni e non ho mai incontrato un cristiano».

Mentre Claudel in uno dei suoi romanzi fa dire ad una donna cieca e di religione ebraica che si rivolge a un cristiano:

«voi che ci vedete cosa ne avete fatto della luce».

Con semplicità allora preghiamo con e come il cieco:

«Signore, fa che io veda, fa che anch’io sia una luce per i miei fratelli».

don Mauro

 
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