DOMENICA 2 LUGLIO 2017  -  IV DOPO PENTECOSTE  -  festa compatronale S. Pietro pescatore - Calcinate del Pesce

Saluto a un figlio venuto da lontano

Caro Augustine,

vorrei ricordarti in questo giorno tragico, mentre un sole spietato, quasi africano, mi intontisce e frastorna, qui davanti al cimitero di Masnago.

Passo quotidianamente davanti al centro del cinema Vela, dove da qualche mese è alloggiato un gruppo di richiedenti asilo, provenienti dall’Africa. Ci passo perché è proprio a metà strada tra casa mia e il supermercato. Ci passo a piedi, anche più volte al giorno.

E spesso vi vedevo, seduti o in piedi, a gruppetti mentre osservavate i passanti. Dopo qualche giorno, vedendo i miei capelli bianchi, avete cominciato a salutarmi, così come salutavate anche altri passanti. Devo confessare che alcuni sembravano infastiditi da quei saluti, come pensando, cosa vogliono questi? O addirittura provando timore.
Io invece, fin dall’inizio, ero incuriosito, e trovavo naturale rispondere al saluto. E dal saluto si è passati a semplici frasi di convenienza, come va? Come stai? E poi, come ti chiami? In inglese ovviamente, perché in molti siete anglofoni e non avete avuto il tempo di imparare bene l’italiano. E così ho conosciuto te, Paul e Bobby, e alcuni degli altri.
E sono venuto a sapere che per voi è un dovere, quando incontrate una persona anziana, salutarla ed accennare un piccolo inchino. Anche se non la conoscete. E’ un segno di rispetto, da parte di un giovane. Come forse si usava qui da noi tanti decenni fa. Cosa di cui tutti si sono dimenticati, deduco. Perché ora questo segno di rispetto viene interpretato come una minaccia….cosa possono fare le distanze culturali, e l’ignoranza, quando la buona volontà non sa costruire ponti che permettano di capirci l’un l’altro …
A questo penso oggi, davanti al cimitero di Masnago. E penso anche che, dopo poche settimane di permanenza in Italia, avete già smesso di salutare gli anziani per strada, visto che non vi rispondono, o s’allontanano infastiditi ….
Non avevi ancora vent’anni, eri piccolo e magro. Lasciavi al paese una madre, e dei fratelli più giovani. E una guerra, tra le più subdole. Il tuo bisogno di avventura e la necessità di provvedere alla famiglia ti hanno fatto scegliere la strada rischiosa dell’esilio….hai attraversato il deserto, forse soffrendo fame e sete, e sei sopravvissuto.
Hai raggiunto la Libia, dove sei stato internato in un campo profughi, che meglio sarebbe chiamare lager, e sei sopravvissuto.
Hai attraversato il Mediterraneo, e la tua barca non è affondata. Hai toccato il suolo della Sicilia, e da lì sei stato mandato a Varese.
E qui ho visto il tuo sorriso, quando mi dicevi buongiorno, e inchinavi un po’ la testa, stendendo la mano ed aspettando la mia...
Sei sopravvissuto a tutti i pericoli del viaggio, ma ti ha tirato a fondo un gorgo a pochi passi dalla riva di Castelveccana.
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Non sta a me giudicare, ma penso che nel tuo caso il destino sia stato proprio crudele. Assomigli ad un eroe di Conrad …. ma forse tu neanche sapevi chi era, Conrad.
A questo penso oggi, davanti al cimitero di Masnago.
Quando gli amici hanno telefonato a tua madre, la povera donna non voleva credere che ti fosse successa questa disgrazia, quando ormai eri arrivato, quando ormai aveva tirato un sospiro di sollievo pensandoti finalmente al sicuro ….Dopo i primi momenti di disperazione, ha capito che non avrebbe mai avuto la possibilità di riaverti vicino, non te vivo, ma neppure la tua salma. Le autorità italiane potevano garantire il costo del trasporto fino all’aeroporto di Lagos, la capitale, ma come fare a trasportare la salma da lì per centinaia di chilometri fino al paese ….
i soldi della colletta era meglio destinarli ai bisogni dei figli ancora vivi …. così hai dato il tuo assenso perché la salma fosse sepolta qui, dove avrebbe dovuto cominciare la sua seconda vita, a Masnago …
Oggi è il giorno del tuo funerale. Oggi, sono affluiti numerosi i tuoi amici qui, nella grande chiesa di Masnago. Dal centro del cinema Vela, da altri centri di Varese, da Milano. Un pastore evangelico ha presenziato alla cerimonia. Cerimonia mista, non proprio ortodossa, ma estremamente toccante, perché ognuno ha messo a disposizione ciò che aveva: il luogo, la liturgia, l’accompagnamento dell’organo, le voci del coro. Qualche fiore, comprato all’ambulante che sta sempre sull’angolo, al semaforo.
Tutti credo hanno messo in gioco il loro cuore.
Dopo la cerimonia, secondo la tradizione del tuo paese, gli amici si aspettavano di vedere il tuo viso per l’ultima volta. La madre lontana era in contatto telefonico, in attesa che le fosse trasmessa la tua ultima immagine: quella precedente alla chiusura della bara …. ma la bara era già chiusa!
La legge italiana è chiara. La bara sigillata non può essere riaperta, per nessun motivo. Se la procedura fosse stata spiegata in precedenza, forse si sarebbe evitata la delusione. Ma l’aspettativa frustrata è sembrata agli amici un affronto nei tuoi confronti, la negazione di una consuetudine. Soprattutto un nuovo dolore per tua madre che singhiozzava al telefono, a 5000 km di distanza senza poterti rivedere per l’ultima volta …
E l’aria del mezzogiorno è stata scossa da momenti di tensione, da voci alterate, da grida d’ira.
Il feretro è partito, sigillato. Il conducente non sapeva la strada, non sapeva dove fosse il cimitero. E’ andato nella direzione sbagliata, si è fermato, ha fatto inversione …. sono sicuro che te la ridevi, tu, osservando tutto quanto da lassù...ti saranno tornate alla memoria le piste confuse del deserto, le direzioni incerte e contrastanti delle onde del mare …
Ma il breve tragitto non ha sopito le insofferenze per ciò che sembrava un sopruso, una ingiustizia: perché negare alla comunità la possibilità di vedere per l’ultima volta il volto dell’amico? Del figlio?
Un nuovo assembramento ha impedito che la tua salma venisse calata dal carro funebre. Il sole implacabile colpiva le nuche scoperte. Forse Masnago ha voluto ricordarti per un momento il clima della tua terra …
Di nuovo toni concitati, grida irate. Un gruppo di amici era più che deciso ad aprire la bara e vederti per l’ultima volta. Sono sopraggiunte quattro auto della Polizia.
Tutti si sono dimostrati all’altezza della situazione: le autorità civili, le autorità religiose, i membri della forza dell’ordine, i tuoi amici. Tutti decisi a cooperare, nel massimo rispetto, per trovare una soluzione. Tutti desiderosi di comprendere, di convincere, non di reprimere...nè di giudicare.
Un’assemblea di nigeriani, convinti dal polso deciso di una donna delle vostre, tutta forza e autorevolezza, ha deciso a maggioranza di seppellirti rispettando le leggi italiane. E così sei stato calato, tra le lacrime dei tuoi amici e i pochi fiori che avevano portato, nella tua ultima dimora. Mani nere volonterose hanno preso i badili e ricoperto con la terra bruna di Masnago la tua bara. Un’ultima preghiera e un ultimo coro africano di hanno dato l’addio.
Ciao, Augustine.
Mancherà a tutti il tuo sorriso. Ma ricorda, non sei in terra straniera. Perché il cielo sopra le nostre teste è uno, e le stelle che lo illuminano sono le stesse, da qualunque parte del globo le si guardi.
Che la terra di Masnago sopra i tuoi teneri diciannove anni sia lieve e materna, come lo sarebbe stata quella della tua Africa!

Massimo
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scola.03Carissime e carissimi,

con questa lettera desidero raggiungere tutti i battezzati, le donne e gli uomini delle religioni e di buona volontà, per esprimere la mia gratitudine per il dono della Visita Pastorale Feriale giunta ormai alla sua conclusione.

Nelle sue tre fasi, essa ha consentito a me e ai miei collaboratori di toccare con mano la vita di comunione in atto nella Chiesa ambrosiana, non certo priva di difficoltà e di conflitti e tuttavia appassionata all’unità. La preparazione della Visita, svoltasi in modo forse un po’ diseguale nei vari decanati, l’atteggiamento di ascolto profondo in occasione dell’assemblea ecclesiale con l’Arcivescovo, la cura nell’accogliere nelle realtà pastorali il Vicario di Zona o il Decano, e la proposta del passo da compiere sotto la guida del Vicario Generale, hanno confermato ai miei occhi la vitalità di comunità cristiane non solo ben radicate nella storia secolare della nostra Chiesa, ma capaci di tentare, su suggerimento dello Spirito, adeguate innovazioni. Questa attitudine di disponibilità al cambiamento l’ho toccata con mano sia nelle parrocchie del centro, sia nelle grandi parrocchie di periferia, esplose negli ultimi sessant’anni, sia nelle città della nostra Diocesi, sia nelle parrocchie medie e piccole.

È stata però la Visita del Papa a farmi cogliere nitidamente l’elemento che unifica le grandi diversità che alimentano la nostra vita diocesana. La venuta tra noi del Santo Padre è stata, infatti, un richiamo così forte da rendere visivamente evidente che la nostra Chiesa è ancora una Chiesa di popolo. Certo, anche da noi il cambiamento d’epoca fa sentire tutto il suo peso. Come le altre metropoli, siamo segnati spesso da un cristianesimo “fai da te”: ce l’hanno testimoniato gli arcivescovi di grandi Chiese in tutto il mondo che in Duomo hanno raccontato l’esperienza delle loro comunità. Non manca confusione su valori imprescindibili; spesso non è chiaro il rapporto tra i diritti, i doveri e le leggi… Ma è inutile insistere troppo sull’analisi degli effetti della secolarizzazione su cui ci siamo soffermati in tante occasioni. Più utile, anzi necessario, è domandarci – con ancora negli occhi il popolo della Santa Messa nel parco di Monza, l’incontro con i ragazzi a San Siro, l’abbraccio al Santo Padre degli abitanti delle Case bianche e dei detenuti di San Vittore, e soprattutto la folla che ha accompagnato la vettura del Papa lungo tutti i 99 km dei suoi spostamenti – che responsabilità ne viene per noi? Come coinvolgere in questa vita di popolo i tantissimi fratelli e sorelle battezzati che hanno un po’ perso la via di casa? Come proporre con semplicità in tutti gli ambienti dell’umana esistenza la bellezza dell’incontro con Gesù e della vita che ne scaturisce? Come rivitalizzare le nostre comunità cristiane di parrocchia e di ambiente perché, con il Maestro, si possa ripetere con gusto e con semplicità a qualunque nostro fratello “vieni e vedi”? Come comunicare ai ragazzi e ai giovani il dono della fede, in tutta la sua bellezza e “con-venienza”? In una parola: se il nostro è, nelle sue solidi radici, un cristianesimo di popolo, allora è per tutti. Non dobbiamo più racchiuderci tristi in troppi piagnistei sul cambiamento epocale, né ostinarci nell’esasperare opinioni diverse rischiando in tal modo di far prevalere la divisione sulla comunione. Penso qui alla comprensibile fatica di costruire le comunità pastorali o nell’accogliere gli immigrati che giungono a noi per fuggire dalla guerra e dalla fame. Ma, con una limpida testimonianza, personale e comunitaria, con gratitudine per il dono di Cristo e della Chiesa, siamo chiamati a lasciarlo trasparire come un invito affascinante per quanti quotidianamente incontriamo.

A queste poche e incomplete righe vorrei aggiungere una parola su quanto la Visita Pastorale ha dato a me, Arcivescovo. Lo dirò in maniera semplice: durante la celebrazione dell’Eucaristia nelle tante parrocchie e realtà incontrate, così come nei saluti pur brevi che ci siamo scambiati dopo la Messa, e, in modo speciale, nel dialogo assembleare cui ho fatto riferimento, ho sempre ricevuto il grande dono di una rigenerazione della mia fede e l’approfondirsi in me di una passione, quasi inattesa, nel vivere il mio compito. Ma devo aggiungere un’altra cosa a cui tengo molto. Ho appreso a conoscermi meglio, a fare miglior uso dei doni che Dio mi ha dato e, nello stesso tempo, ho imparato un po’ di più quell’umiltà (humilitas) che segna in profondità la nostra storia. Ho potuto così, grazie a voi, accettare quel senso di indegnità e di inadeguatezza che sorge in me tutte le volte che mi pongo di fronte alle grandi figure dei nostri patroni Ambrogio e Carlo.

Se consideriamo la Visita Pastorale Feriale dal punto di vista profondo che la fede, la speranza e la carità ci insegnano, e non ci fermiamo a reazioni emotive o solo sentimentali, non possiamo non riceverla come una grande risorsa che lo Spirito Santo ha messo a nostra disposizione e che ci provoca ad un cammino più deciso e più lieto. Seguendo la testimonianza di Papa Francesco, la grande tradizione della Chiesa milanese può rinnovarsi ed incarnarsi meglio nella storia personale e sociale delle donne e degli uomini che abitano le terre ambrosiane.

La Solennità della Santissima Trinità che oggi celebriamo allarga il nostro cuore e rende più incisivo l’insopprimibile desiderio di vedere Dio: «Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto”. Il tuo volto Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto» (Sal 27 [26] 8-9a).

Angelo Card. Scola
Arcivescovo


Nella Solennità della Santissima Trinità
Milano, 11 giugno 2017