Domenica 22marzo 2015  - V di Quaresima

"Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?"

Marta nonostante la lunga amicizia che la lega a Gesù pensa di poterlo fermare davanti alla sua determinazione nel far rimuovere la pietra che chiude ermeticamente il sepolcro di Lazzaro: “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”.

Di fronte al dolore per la morte di una persona amata, come quello che provano Marta e Maria, il rischio, che corriamo anche noi, è di cercare una specie di anestesia nell’accidia, cioè nella pigrizia, nel non voler far niente per migliorare le cose, facendo prevalere l’indifferenza e l’inattività. La lotta contro il vizio dell’accidia è una delle più difficili da affrontare. Scrive Sant’Atanasio di Alessandria: “L’anima è malata e soffre, travolta dall’amarezza dell’accidia. Sotto il peso di tali e tante sofferenze tutte le forze l’abbandonano. La sua capacità di resistenza è lì lì per lasciare il campo a un demone così potente. L’anima ha perso la testa e si comporta come un bambino piccolo che piange incessantemente e prorompe in tali grida di dolore, come se non avesse più alcuna speranza di venire consolato”.  

Chi resiste o semplicemente persevera dentro una crisi come questa fa l’esperienza di una profonda pace e gioia interiore: “Un uomo nuovo, più armoniosamente integrato, risuscita dalla prova” (A. Louf). Ecco la risposta di Gesù a Marta: Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio”.

Gesù, pur nel dolore della morte di un amico come Lazzaro, riesce ad alzare gli occhi e ringraziare il Padre perché sempre lo ascolta. La relazione col Padre non viene mai meno anche nella sofferenza. Sarà così anche nel Getsemani. Gesù sa che il Padre suo è misericordia e compassione e quindi non può non rispondere alle domande degli uomini e soprattutto alla preghiera e all’azione di chi crede e sa di essere figlio di Dio.

La fiducia non immobilizza nessuno, non rende pigri, ma smuove, in un certo senso toglie ogni pietra perché ciò che è fermo prenda vita.

Don Maurizio

 

                                                            VENERDI' SANTO

                              MANI INCHIODATE, GINOCCHIA PIEGATE, BRACCIA ELEVATE

Gli atteggiamenti del corpo possono essere profondamente rivelatori di ciò che si dibatte nell'animo. A partire dal corpo santo di Cristo che, sulla croce, stende le braccia come segno del suo abbraccio dato al mondo intero. Braccia che non si possono più muovere da questa posizione, perché i polsi inchiodati impediscono di smettere l'abbraccio stesso. Per noi Gesù sarà sempre così: uno che non ti rifiuta mai l'abbraccio, uno che vuole stringerti a sé. Il Venerdì Santo è innanzitutto testimonianza di un amore indefettibile. Quell' "amico" che dice anche a Giuda è detto ad ogni uomo, per quanto peccatore sia, testimonianza che "più forte della morte è l'amore".  I Padri della Chiesa hanno sempre voluto vedere nel crocifisso l'icona di un amore universale; parlano della verticalità della Croce per indicare l'unione tra il mondo di Dio e quello dell'uomo; della sua orizzontalità per attestare che questo amore che discende dall'alto si estende sino agli estremi confini della terra. Che altro dire se non che il Venerdì Santo è il giorno della grande pace interiore generata in noi da questa amicizia, da questa vicinanza totale? "Nulla più ci può separare da Dio" perché " Egli che ci ha donato il suo Figlio a morire per noi come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" commenta S. Paolo nella lettera ai Romani. Se non è serenità questa, dentro al cuore travagliato di ogni uomo e quella giostra di sentimenti contrastanti che agita il mondo, che cosa mai potrà rasserenare l'uomo? Ciò che appare una sconfitta ignominiosa si manifesta, invece, come una clamorosa vittoria di umanità. Un Dio così "umano" noi non potevamo nemmeno immaginarlo! E questo fa la differenza della fede cristiana con tutte le altre fedi: esse non sono tutte uguali o equivalenti. Platone affermava  che gli dei giocano con gli uomini come se essi fossero dei burattini nelle loro mani. Le mani inchiodate di Cristo dicono che egli non tira i fili a suo piacimento ma che servono solo ad abbracciarci e accarezzarci.

Per questo noi pieghiamo le ginocchia. Il Venerdì Santo è l'unico giorno in cui noi facciamo la genuflessione davanti ad un pezzo di legno: cosa quasi idolatrica se in noi non ci fosse la convinzione che la Croce è solo lo strumento eletto di questo amore di Dio. Alla croce noi ci rivolgiamo come ad una persone viva: "Ti saluto, o Croce santa, che portasti il redentor; gloria e lode, onor ti canta  ogni lingua ed ogni cuor". E' l'albero glorioso da cui il Signore regna, reso rosso dal sangue prezioso di Cristo e non dalla vergogna che ha preso l'uomo presso l'albero della conoscenza del bene e del male. E' la bandiera che sventola davanti al Re che avanza a capo del suo popolo, vittorioso e libero dalla tirannide del maligno, perché "chi fa il peccato è schiavo del peccato", perché "Cristo ha annullato lo scritto che  testimonia il nostro debito affiggendolo sulla Croce" e quella amicizia che "una fame orgogliosa" nel giardino di Eden aveva cancellato è ora ricucita "dalla degnazione di un Dio". C'è da chiederci se ogni volta in cui entriamo in chiesa e vediamo il Crocifisso,  o spolveriamo quello che è appeso sulle pareti di casa nostra, questi pensieri ci accompagnano o ci siamo così tanto abituati a questa immagine che essa non ci fa più effetto. La Croce è un ciondolo appeso alle nostre collanine o è un pensiero che attraversa cuore e mente?

In forza di questa vicinanza e dell'amore che Dio ci porta, la liturgia nel Venerdì Santo osa chiedere al Signore ogni cosa buona e utile per la Chiesa e per il mondo. E' il senso della grande preghiera di intercessione che caratterizza la conclusione dei riti della Passione. Se in Cristo crocifisso ogni cosa ci è stata donata, come non alzare le mani verso il Signore per chiedergli ciò che giova all'uomo e al credente? In questi giorni di Quaresima abbiamo sentito la "contrattazione" di Abramo a vantaggio di Sodoma e Gomorra ; sappiamo anche della preghiera di Mosè durante la battaglia contro gli Amaleciti, là nel deserto, quando teneva le braccia elevate perché il popolo di Dio risultasse vincitore dei suoi nemici. Compito essenziale per il cristiano è quello di intercedere, come Cristo ha fatto, a favore di questo popolo perché non sia succube del grande nemico, il maligno. La Chiesa, il Papa, il Vescovo, le Chiese separate, i fratelli figli di Abramo, i governanti e i politici, i non credenti e gli atei, i malati e i defunti  entrano tutti nel numero di coloro di cui dobbiamo portare il peso, affinché arrivino alla pienezza della fede e alla salvezza. Non c'è giorno più propizio di questo per osare chiedere al Signore. E l'insegnamento che ci viene dal Venerdì Santo diventi una dimensione normale della nostra vita di credenti.

don Felice