PERCHÉ IL 25 DICEMBRE?

23 dicembre - Divina Maternità di Maria

In questo anno siamo invitati a riflettere con maggiore profondità sulle verità in cui crediamo. È allora l’occasione per domandarci:

  • Perché il 25 dicembre ricordiamo la nascita di Gesù?
  • È accaduto proprio così?

Non è difficile rispondere perché sappiamo bene che Gesù non è nato il 25 dicembre e la data esatta della sua nascita non ci viene tramandata dagli evangelisti. Anche Luca che, iniziando il suo vangelo, sottolinea di aver fatto “ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, per scriverne un resoconto ordinato”, non ci dice il giorno esatto della nascita di Gesù. Eppure, sia Luca che Matteo e Giovanni, anche se con modalità diversa, danno l’annuncio della nascita del Figlio di Dio che è Gesù Cristo. Incisiva è l’affermazione di Giovanni: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi».

Come mai è stato scelto proprio il 25 dicembre per ricordare la nascita di Gesù?

Nell’antichità, proprio nel mese di dicembre, veniva celebrata dai pagani la festa del sole nascente, dal momento che proprio in quel periodo le giornate si allungavano e la luce cominciava a vincere le tenebre. A partire da questa situazione i cristiani dissero: «Noi non celebriamo la festa del Dio sole. Per noi il sole è Cristo e la sua nascita è l’inizio del vero trionfo della luce sulle tenebre».

Così il 25 dicembre è diventato la festa in cui si ricorda l’Incarnazione, l’ingresso di Dio nella storia nel Figlio Gesù Cristo. Nessuno studioso onesto può negare questa nascita perché moltissimi elementi storici, archeologici e teologici ne danno conferma, ma è proprio leggendo l’Antico Testamento che possiamo riconoscere come la nascita di Cristo è l’inizio di una illuminazione nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Zaccaria, padre di Giovanni Battista, proprio parlando dell’imminente venuta di Gesù Cristo, dice: «Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge, per rischiara quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace».

Siamo tutti alla ricerca di un significato alle cose. Non mancano dubbi e indecisioni ma l’annuncio del Natale ci permette di vedere dentro la complessità dei passaggi della vita un senso profondo. Questo senso profondo è il fatto che ciascuno di noi non viene dal nulla e non è incamminato verso il nulla, ma viene da un atto d’amore per imparare durante il corso della sua vita a lasciarsi amare dal Dio creatore cioè il Dio di Gesù Cristo. Sento già le obiezioni che qualche lettore potrebbe avanzare, obiezioni che si possono riassumere in una domanda: quale luce porta questo Cristo dentro il nostro buio?

Il Vangelo di Luca racconta: «Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, della città di Nazareth e dalla Galilea, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme a Maria ... ora mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto» (Lc 2,4-6). Il Card. Comastri aiuta, rileggendo la modalità con cui nasce Gesù, a trovare una risposta credibile alla domanda che ci siamo posti, una risposta che forse ci scandalizza e ci infastidisce ma che conferma il fatto che Gesù squarcia orizzonti di luce nel quotidiano. Scrive Comastri: «Dio entra nella storia in punta di piedi, quasi travolto dagli avvenimenti decisi dai potenti di questo mondo. È un fatto che ci stupisce e ci scandalizza. Il nostro buio, infatti, preferisce il potere, la grandezza, il dominio; ma la luce di Dio brilla con una novità che noi non potevamo prevedere. Dio si rivela a Betlemme non come uno smanioso sovrano, non come un ambizioso dominatore, non come un violento padrone. Dio è diverso. Egli ama il nascondimento, predilige la via dell’umiltà, cammina con il passo della pazienza».

Se ci pensiamo bene è proprio questo il raggio di luce che il Natale immette dentro una sorta di onnipotenza autoreferenziale che spesso ci impedisce di avere speranza in un futuro buono per noi e per le generazioni a venire. Rileggendo questi pensieri sparsi, insorge allora il bisogno di ascoltare l’eloquente silenzio che emana la grotta di Betlemme. Così ognuno di noi, ritrovando l’essenziale, non può che rendere grazie perché figlio di Dio. E siamo figli proprio perché Dio ci ha donato in Gesù Cristo il suo unico Figlio. Mi piace allora concludere, nel rivolgere a nome di tutti i sacerdoti e le suore, con un pensiero di Papa Giovanni XXIII che annotava nel 1901 sul Giornale dell’anima: «Già è inoltrata la notte; le stelle chiare e lucenti brillano nella fredda atmosfera, voci chiassose e discordi giungono al mio orecchio, dalla città: sono i gaudenti del mondo che ricordano con i bagordi la povertà del Salvatore! Io veglio pensando al mistero di Betlemme».

Buon Natale

Don Mauro