E’ ragionevole cercare Dio?

21 ottobre - dedicazione del duomo di Milano

Nelle poche note offerte la scorsa settimana abbiamo compreso che la fede è la risposta libera e personale dell’uomo a Dio che si rivela. Nella nostra risposta ogni dimensione della persona è coinvolta. Un autorevole studioso afferma che: «occorre riconoscere la quasi universalità della credenza di un Essere divino celeste, creatore dell’universo e garante della fecondità della terra».

In altre parole è possibile affermare la ragionevolezza dell’atto di fede al punto che, l’atto di fede ma, paradossalmente anche la stessa negazione di Dio, sono il segno più limpido ed evidente del fatto che la mente e il cuore di ogni uomo e di ogni donna hanno innato il desiderio dell’Assoluto o, più semplicemente, di Dio.

Nel catechismo della Chiesa cattolica, e precisamente nella stesura rivolta ai giovani, dal titolo “youcat” si afferma che «La ragione umana può riconoscere Dio con certezza».

Ma per non fermarsi ad una affermazione astratta si specifica come: «Il mondo non può avere in se stesso la propria origine e il proprio fine; in tutto ciò che esiste c’è di più di quello che si può vedere».

Precisando anche cosa è questo “di più” laddove si esplicita che: «l’ordine, la bellezza e l’evoluzione del mondo attestano qualcosa che è loro superiore e rimandano a Dio».

Avendo consapevolezza di tale realtà è allora ragionevole riconoscere che «..ogni uomo è aperto alla verità, al bene e alla bellezza; ogni uomo percepisce in se stesso la voce interiore (della coscienza) che lo spinge verso il bene e lo allontana dal male».

Per questo motivo «chi segue in modo ragionevole la traccia della voce interiore non può che arrivare a trovare Dio». Uno dei più grandi Santi vissuto tra il 1200 e 1280, S. Alberto Magno, dopo aver riflettuto a lungo sul rapporto che c’è tra la fede e la ragione, conclude che: «la capacità primaria dell’uomo è la ragione, e lo scopo più alto della ragione è la conoscenza di Dio».

In altre parole, le annotazioni fatte fin qui ci permettono di riconoscere come vero quello che nel documento del Concilio Vaticano II sulla Parola di Dio (Dei Verbum) è scritto al riguardo e cioè: «..il Sacro Concilio professa che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza come il lume naturale della umana ragione delle cose create».

In parole molto più semplici e immediate è certamente esperienza di tutti noi aver provato, guardando un luogo particolarmente bello e aver vissuto situazioni complesse trovando la forza interiore per affrontarle, di arrivare ad affermare: «...ma non può che esserci un Dio che ha creato questo e che mi ha dato la forza necessaria per affrontare un avversità particolarmente dolorosa».

Ognuno di noi cerca qualcosa, o meglio cerca una risposta alle domande sul senso delle cose, della vita, di quanto ci accade nel mondo. E in questo percorso semplicemente umano non si può prescindere dalla questione di Dio. A tale riguardo Giampaolo Cottini, in un libro dove ripercorre gli interventi offerti dal Papa al mondo della cultura, dell’Università e della scienza, afferma con realismo come: «ogni ricerca non si accontenta di raccogliere e ordinare dei dati sensibili, ma va nella direzione del superamento di quello che si vede, per volgersi ai fondamenti della realtà. Questa esperienza che ciascuno di noi fa è vera e propria apertura al divino».

Sempre riflettendo su questo bisogno di Dio che è dentro di noi il cardinale Scola arriva a dire che: «.. dall’interno della concretezza della vita di tutti i giorni, l’uomo ha molti segni per accorgersi del trascendente, cioè di ciò che noi vediamo ma sta a fondamento della nostra vita, è l’origine e il fine di tutto quello che siamo e facciamo».

Si potrebbe allora concludere con una domanda:

Mi accorgo che la mia grandezza sta proprio nel cercare il senso della vita o mi accontento di “una vogliuzza per il giorno” e “di una vogliuzza per la notte”? So ascoltare gli interrogativi che la vita mi pone e avere almeno il coraggio di lasciarmi provocare? Mi lascio prevalere dal “bisogno di assoluto” che c’è in me?

don Mauro